Scoprire il bello vicino casa: perché il turismo di prossimità è molto più di una seconda scelta

Scoprire il bello vicino casa: perché il turismo di prossimità è molto più di una seconda scelta

In Italia il 75% degli arrivi turistici si concentra sul 13% della superficie nazionale, mentre oltre 5.000 borghi, aree naturali, parchi e paesaggi di straordinario valore attendono visitatori a pochi chilometri da chi li abita.

Viaggiare lontano non è sinonimo di viaggiare meglio: il turismo di prossimità, inteso come esplorazione del territorio regionale o nazionale vicino alla propria residenza, offre esperienze culturali, naturalistiche e gastronomiche di prim’ordine, con benefici documentati per il benessere psicofisico, un impatto ambientale ridotto e un contributo diretto all’economia dei territori meno conosciuti.

Un’Italia concentrata su se stessa (e sulle stesse mete)

I dati fotografano un paradosso strutturale. Secondo le rilevazioni più recenti (Demoskopika, 2024 e 2025), le destinazioni italiane più afflitte dall’overtourism includono Venezia, Firenze, Roma, Rimini, Bolzano, Napoli, Trento, Verona, Milano e Trieste. Solo le cinque principali città d’arte (Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Verona) hanno concentrato nel 2024 oltre 23 milioni di arrivi e 72,1 milioni di presenze. Nello stesso anno, l’insieme dei piccoli Comuni con meno di 5.000 abitanti ha prodotto 19,5 milioni di arrivi e 71,4 milioni di presenze, vale a dire una quota paragonabile distribuita su un territorio enormemente più vasto e diversificato. I piccoli Comuni valgono circa il 14% degli arrivi nazionali e il 15,3% delle presenze, secondo dati elaborati da Today.it su fonti ISTAT 2024.

La concentrazione è ancora più marcata se si considera la componente straniera: il 70% dei visitatori esteri si distribuisce sull’1% del territorio nazionale, secondo le stime di Visit Italy e Marketing Italia. Sul versante opposto, nel 2023 il 20,7% dei pernottamenti dei turisti stranieri (48,5 milioni) si è concentrato in aree rurali e borghi dell’entroterra italiano, un dato superiore alla Francia (28,5 milioni) e nettamente superiore alla Spagna (6,5 milioni), a testimonianza di un patrimonio diffuso che esiste e che molti turisti stranieri già scelgono, mentre gli italiani stessi spesso lo ignorano.

L’interesse per i piccoli centri è in crescita anche tra la domanda domestica. Secondo uno studio pubblicato sul portale Moveo, tra il 2020 e il 2023 l’interesse verso i piccoli centri italiani è cresciuto del 45%, raggiungendo 210 milioni di clic web. Le sagre e le feste di paese, nel 2024, hanno registrato un incremento dell’affluenza del +63,8% rispetto al 2023, con una presenza predominante di giovani (31%) e famiglie (45%), secondo il rapporto Rome Business School di Valerio Mancini.

Che cosa si intende per turismo di prossimità

Il turismo di prossimità (in inglese spesso definito staycation o nearycation) identifica una modalità di viaggio che privilegia destinazioni entro un raggio relativamente breve dalla residenza, siano esse all’interno della stessa regione, della stessa nazione o comunque raggiungibili senza trasporto aereo o senza spostamenti di lunga percorrenza. La definizione è intenzionalmente flessibile: include la gita fuori porta di un giorno, il weekend in un borgo medievale a un’ora di auto, la settimana in un parco naturale regionale, il cammino a piedi che attraversa l’entroterra della propria provincia.

Questo tipo di turismo non è una categoria residuale o compensativa rispetto al viaggio internazionale. È una filosofia di esplorazione che richiede un cambio di prospettiva: smettere di proiettare il valore dell’esperienza sulla distanza percorsa e iniziare a misurarlo sulla qualità dell’immersione nel territorio. Il termine è diventato comune nel vocabolario del settore soprattutto dopo il 2020, ma la pratica ha radici molto precedenti e rispondeva già, prima della pandemia, a una domanda latente di autenticità e rallentamento che l’offerta turistica di massa non riusciva a soddisfare.

I dati: il turismo di prossimità dopo la pandemia

Il 2020 ha funzionato da acceleratore di un fenomeno già in moto. Le restrizioni alla mobilità hanno spinto milioni di italiani a riscoprire il territorio circostante, spesso con esiti sorprendenti: luoghi a mezz’ora di distanza dalla propria abitazione che non erano mai stati visitati, borghi noti solo agli abitanti locali che in pochi mesi si sono ritrovati sui profili social e nelle guide di viaggio. La crescita non si è arrestata con la fine delle restrizioni.

Secondo una ricerca di Booking.com sui principali trend del turismo 2023, il turismo di prossimità si è confermato come tendenza strutturale, non legata al contesto emergenziale. Nel 2024, il 44% degli intervistati da Booking.com ha dichiarato di non voler condividere sui social la posizione delle mete visitate, proprio per evitare fenomeni di sovraffollamento: un segnale di una domanda che cerca consapevolmente luoghi meno battuti. Una survey globale di Expedia ha rilevato che il 63% dei rispondenti aveva intenzione di visitare destinazioni meno conosciute nel 2025.

Sul fronte dei cammini, che rappresentano una delle forme più strutturate di turismo di prossimità a piedi, i dati dell’annuario “Italia, paese di cammini” documentano che nel 2024 sono state distribuite circa 191.500 credenziali, con un incremento del +29% su base annua, superando la soglia record di 1,4 milioni di presenze lungo i percorsi italiani. A titolo di confronto, nel 2024 i “camminatori” (turisti che scelgono itinerari a piedi in aree rurali e borghi) sono cresciuti del 29% rispetto al 2023, secondo le elaborazioni di DLive Geografia su dati ISTAT.

Anche le previsioni per il 2026 indicano una traiettoria di crescita: le stime pubblicate da Today.it (gennaio 2026) proiettano che, nei piccoli Comuni sotto i 5.000 abitanti, gli arrivi stranieri saliranno a oltre 10,2 milioni (+8%) e le presenze a 40,3 milioni (+10%) rispetto all’anno precedente.

Perché la distanza non è sinonimo di qualità

Esiste una tendenza cognitiva documentata in psicologia del turismo: la valutazione esotica delle mete, per cui si tende a percepire come più preziosa un’esperienza compiuta lontano da casa rispetto a una equivalente, o superiore, compiuta vicino. Questo bias porta a sorvolare sistematicamente su patrimoni accessibili per inseguire destinazioni distanti che offrono, in molti casi, un’esperienza meno autentica e più mediata dall’industria del turismo di massa.

L’Italia è il paese che rende questo paradosso più evidente. Con 58 siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO (il numero più alto al mondo), oltre 300 aree naturali protette, circa 1.400 centri storici di rilievo culturale, 800 varietà autoctone di vitigni e una diversità paesaggistica che passa dalle Dolomiti alle Madonie in poche ore di percorrenza, quasi ogni italiano abita entro raggio ragionevole da almeno un luogo di eccezionale interesse. Il problema non è l’offerta: è la mappa mentale con cui si valuta cosa vale la pena visitare.

Un esempio concreto: Civita di Bagnoregio, il borgo in provincia di Viterbo costruito su uno sperone di tufo che si è guadagnato il soprannome di “città che muore” per la continua erosione delle sue pareti, ha ispirato il fumettista Hayao Miyazaki per “Laputa, castello nel cielo” ed è raggiungibile da Roma in poco più di un’ora. Ostana, in provincia di Cuneo (circa 70 abitanti), offre case in pietra e sentieri che partono direttamente dal borgo verso le montagne. Bagno Vignoni, in Val d’Orcia, conserva al posto della piazza principale una grande vasca termale cinquecentesca. Pentedattilo, il borgo calabrese arroccato sul Monte Calvario dalla forma a cinque dita (dal greco pentedàktylos), è semi-abbandonato dagli anni Settanta ma mantiene intatto il suo fascino, animato da associazioni giovanili che hanno aperto botteghe e punti ristoro tra i ruderi. Dozza, in provincia di Bologna, è nota come “il paese degli artisti” per i murales che ricoprono i muri delle strade del centro storico.

Questi luoghi non richiedono voli, hotel a cinque stelle o itinerari organizzati. Richiedono curiosità e la disponibilità a cercare fuori dalle classifiche delle destinazioni più visitate.

Il fenomeno dell’overtourism e perché le mete meno note ne sono immuni

L’overtourism non è solo un problema di discomfort per i turisti: è un fenomeno con effetti misurabili sull’ambiente, sull’economia locale e sulla qualità della vita dei residenti. La concentrazione eccessiva dei flussi genera pressioni sul mercato immobiliare (con conseguente aumento degli affitti e allontanamento dei residenti dai centri storici), degrado dei beni culturali per l’usura fisica, omologazione commerciale (le botteghe artigiane cedono il posto ai negozi di souvenir), perdita di autenticità culturale e infrastrutture sotto pressione.

I casi più discussi in Italia riguardano Venezia (che nel 2024 ha introdotto un contributo di accesso di 5 euro in via sperimentale), Firenze (che ha vietato nuove locazioni turistiche brevi nell’area UNESCO del centro storico), le Cinque Terre (con semafori sui sentieri e biglietti di ingresso) e la Baia del Silenzio in Liguria, dove le misure di contenimento si sono rese necessarie per evitare il collasso ecologico. A livello internazionale, l’esempio di Hallstatt in Austria (750 residenti, oltre un milione di visitatori l’anno) ha fatto scuola: il comune ha installato barriere per oscurare il punto panoramico più fotografato, nel tentativo estremo di disincentivare un turismo guidato esclusivamente dal desiderio di uno scatto social.

Le mete di prossimità meno conosciute sono strutturalmente immuni da questi fenomeni, almeno finché non vengono scoperte dalla visibilità dei social. Il turismo diffuso su piccoli borghi e aree naturali minori distribuisce i flussi su un territorio vastissimo, riduce la pressione su ogni singolo sito e permette a ciascun visitatore un’esperienza di qualità superiore: nessuna fila, nessuna calca, contatto diretto con la comunità locale, possibilità di fermarsi e osservare senza essere trascinati dalla corrente della folla.

I benefici psicofisici documentati del turismo lento e naturalistico

Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2019 (Hunter, Gillespie e Chen, ricercatori dell’Università del Michigan) ha dimostrato che trascorrere 20-30 minuti in un ambiente naturale (seduti o camminando) produce la riduzione più efficiente dei livelli di cortisolo salivare, il principale marcatore fisiologico dello stress. La conclusione degli autori è che qualsiasi esperienza che fornisca un senso di natura produce questo beneficio, indipendentemente dalla distanza percorsa per raggiungerla.

Uno studio olandese pubblicato nel 2010 su Applied Research in Quality of Life ha rilevato che i benefici sull’umore si registrano a partire da due mesi prima della partenza, già nella fase di pianificazione del viaggio, e che solo i viaggi all’insegna del relax producono un incremento duraturo del benessere percepito nel periodo successivo alla vacanza. Questo dato suggerisce che la qualità dell’esperienza (ritmo lento, contatto con la natura, assenza di obblighi di itinerario) conta più della destinazione in sé.

I meccanismi psicologici che rendono efficace il turismo di prossimità includono la riduzione della ruminazione mentale, favorita da attività ripetitive a bassa intensità come camminare su un sentiero o esplorare le strade di un borgo; il ripristino dell’attenzione involontaria (Attention Restoration Theory di Kaplan, 1995), secondo cui gli ambienti naturali permettono il recupero delle risorse cognitive esaurite dai contesti urbani ad alta densità di stimoli; la riduzione del cortisolo e della frequenza cardiaca, documentata in esposizioni brevi alla natura anche in contesti periurbani. Il turismo di prossimità, nella sua forma più lenta e immersa nel territorio, attiva questi meccanismi in modo particolarmente efficace proprio perché elimina le fonti di stress associate ai viaggi lunghi: attese negli aeroporti, jet lag, spostamenti complessi, difficoltà linguistiche, incertezza logistica.

La componente sociale del turismo di prossimità aggiunge un ulteriore livello di beneficio. L’interazione autentica con le comunità locali, favorita dal ritmo lento e dalla dimensione contenuta delle destinazioni, produce effetti documentati sul senso di appartenenza e sulla qualità delle relazioni. Mangiare in un’osteria senza menu in inglese, comprare al mercato settimanale del paese, assistere a una sagra o a una festa patronale: sono esperienze che creano connessioni genuine, difficilmente riproducibili nelle destinazioni di massa.

Il JOMO come orientamento culturale opposto alla FoMO turistica

Nella sociologia del turismo contemporaneo si contrappongono due concetti che rispecchiano orientamenti culturali profondi. La FoMO (Fear of Missing Out) spinge verso le destinazioni più fotografate e condivise sui social, alimentando un turismo “follow-the-crowd” in cui l’obiettivo diventa testimoniare la propria presenza in un luogo, più che vivere il luogo. Il JOMO (Joy of Missing Out) identifica il piacere consapevole di staccarsi dalla frenesia digitale e dalla competizione per le esperienze più virali, scegliendo invece destinazioni tranquille, poco documentate, lontane dal circuito dell’hype.

Secondo i dati di Vrbo, le prenotazioni di case vacanza in località tranquille (borghi montani, costieri, rurali) sono in crescita strutturale: il 62% degli utenti ritiene che queste esperienze riducano ansia e stress, e circa il 50% le considera un’occasione per riconnettersi con i propri cari. Questi dati si sovrappongono a una tendenza culturale più ampia, documentata da ricercatori come la sociologa Monica Bernardi dell’Università Milano-Bicocca, che osserva come l’overtourism sia almeno in parte alimentato da un consumo turistico guidato dall’immaginario dei social media, dove la città reale tende progressivamente a conformarsi alla propria rappresentazione idealizzata.

Il turismo di prossimità è, in questo senso, anche un atto di resistenza: uscire dal circuito delle destinazioni più fotografate significa sottrarsi alla logica dell’accumulo di esperienze certificate e ricercare invece un contatto più diretto con la realtà dei luoghi.

Come pianificare una gita fuori porta di valore: strumenti e metodo

La pianificazione di un’uscita di prossimità efficace richiede un approccio diverso da quello standard del turismo di massa. Alcune indicazioni pratiche per ottimizzare l’esperienza.

Il primo passo è ridefinire il raggio di esplorazione. Una regola empirica utilizzata da molti viaggiatori di prossimità è quella di identificare le destinazioni raggiungibili in un tempo di percorrenza compreso tra 30 minuti e 2 ore dalla propria abitazione, senza considerarne il “valore” sulla base del numero di stelle nelle guide o delle recensioni su TripAdvisor. Spesso i luoghi più interessanti non compaiono nelle prime posizioni delle piattaforme di valutazione proprio perché non hanno la massa critica di visitatori necessaria per generare centinaia di recensioni.

Il secondo elemento è la scelta della stagione. Le mete di prossimità si prestano alla destagionalizzazione in modo naturale: un borgo medievale in inverno, con nebbia leggera e strade vuote, offre un’atmosfera completamente diversa rispetto alla stessa visita in agosto. La primavera è la stagione più valorizzante per i paesaggi rurali e le aree naturali (Castelluccio di Norcia in fioritura è uno degli spettacoli naturali più fotografati d’Italia, ma si trova a poche ore da Roma, Perugia e L’Aquila). L’autunno privilegia la componente enogastronomica: vendemmie, sagre del tartufo, mercati dei funghi, castagne.

Il terzo aspetto riguarda il mezzo di trasporto. L’auto rimane indispensabile per raggiungere le aree interne meno servite dai trasporti pubblici (con l’avvertenza di portare mappe offline e verificare la viabilità stagionale, in particolare nelle strade montane in inverno). Tuttavia, per le destinazioni più accessibili, treno e bicicletta offrono prospettive diverse: il treno permette di osservare il paesaggio senza la mediazione del parabrezza, mentre il cicloturismo è una delle forme più complete di turismo lento, che combina esercizio fisico, contatto con il territorio e libertà di itinerario. In Italia sono attivi oltre 120 cammini a piedi, tra cui la Via Francigena, la Via degli Dei e la Via Francesca.

Il quarto elemento è la ricerca della componente enogastronomica. L’Italia è il paese con la maggiore biodiversità alimentare al mondo: ogni microterritorio ha produzioni tipiche che non si trovano altrove, spesso legate a varietà vegetali o animali autoctone a rischio di estinzione. Visitare un’azienda agricola, una cantina, un caseificio artigianale o un mercato contadino è un modo di fare turismo di prossimità che è anche conservazione del patrimonio culturale materiale.

La rete dei Borghi più belli d’Italia e le certificazioni di qualità

Per chi cerca un punto di partenza sistematico, la rete dei Borghi più belli d’Italia è uno strumento consolidato: l’associazione, nata nel 2001, raccoglie piccoli centri abitati sotto i 15.000 abitanti selezionati in base a criteri che includono la qualità architettonica, l’integrità urbana, l’offerta culturale e la vitalità della comunità locale. I criteri di selezione sono tra i più stringenti nel panorama delle classifiche turistiche italiane, e la rete comprende centinaia di comuni distribuiti su tutto il territorio nazionale, con almeno un rappresentante per ogni regione.

A fine 2025 il Ministero del Turismo, in collaborazione con ENIT, ha avviato un nuovo sistema di certificazione denominato Destinazione turistica di qualità, rivolto ai borghi con meno di 30.000 abitanti. L’iniziativa mira a valorizzare le eccellenze dei piccoli Comuni attraverso standard definiti di accessibilità, sostenibilità e qualità dei servizi, con l’obiettivo esplicito di redistribuire i flussi turistici verso le oltre 5.000 realtà minori attualmente escluse dai circuiti principali.

Strumenti di navigazione complementari includono il database del Touring Club Italiano, le mappe dei cammini gestite da associazioni come Slowfood e Slow Tourism Italia, i portali regionali di promozione turistica (spesso più aggiornati e specifici rispetto alle piattaforme generaliste), e le guide del Gambero Rosso per la componente enogastronomica. Il progetto Borghi Autentici d’Italia è un’altra rete che aggrega comuni con un’identità culturale forte e un approccio orientato alla sostenibilità.

L’impatto economico sul territorio: perché il turismo di prossimità vale

Scegliere una destinazione di prossimità ha conseguenze economiche dirette sul territorio visitato. Il turismo distribuito sui piccoli Comuni e sulle aree rurali genera effetti moltiplicativi sull’economia locale strutturalmente diversi rispetto al turismo concentrato nelle grandi destinazioni. Nelle grandi città turistiche, una quota significativa della spesa si disperde in catene internazionali di hotel, ristoranti franchising e negozi di souvenir con forniture centralizzate. Nei piccoli centri, la stessa spesa va all’agriturismo a conduzione familiare, al ristorante con i prodotti del territorio, all’artigiano locale, al produttore vinicolo.

Questa differenza strutturale è riconosciuta anche a livello istituzionale. Il rapporto SRM (centro studi di Intesa Sanpaolo) individua nella delocalizzazione turistica uno dei cinque driver strategici per una crescita solida del turismo italiano: le aree interne e quelle di prossimità alle grandi mete possono costituire un’offerta alternativa e decongestionare i grandi centri, esercitando comunque un’attrazione rilevante grazie alla presenza di siti archeologici, borghi, parchi e aree protette, beni UNESCO e patrimoni enogastronomici.

Il contributo economico del turismo di prossimità è anche indiretto: mantiene in vita artigianati tradizionali, finanzia la conservazione di patrimoni architettonici che altrimenti cadrebbero in degrado, preserva pratiche agricole e gastronomiche che rappresentano biodiversità culturale. Un agriturismo che funziona è anche un produttore che continua a coltivare una varietà autoctona di mela o a produrre un formaggio con metodi tradizionali.

Alcune destinazioni di prossimità esemplari per tipologia

Senza la pretesa di una lista esaustiva (che sarebbe impossibile data la densità del patrimonio italiano), alcune categorie di destinazioni con caratteristiche particolarmente adatte al turismo di prossimità meritano un’attenzione specifica.

Tra i borghi di pietra dell’Italia meridionale, Alberobello in Puglia (trulli UNESCO), Matera in Basilicata (i Sassi, Capitale Europea della Cultura 2019), Pizzo Calabro e Gerace in Calabria, Castelmezzano e Pietrapertosa in Basilicata (collegati dalla zipline del “Volo dell’Angelo”) rappresentano destinazioni di straordinaria densità storica, raggiungibili in giornata da gran parte del Sud.

Per i borghi etruschi e medievali del Centro Italia, il triangolo Pitigliano, Sorano, Sovana (Toscana meridionale) offre architetture millenarie scavate nel tufo, città etrusche ipogee e ghetti ebraici di grande valore storico, tutte a meno di due ore da Roma. Spello in Umbria, celebre per le facciate coperte di fiori durante l’Infiorata, è raggiungibile da Perugia in 25 minuti.

Sul fronte naturalistico e montano, le valli alpine meno frequentate del Piemonte (Val Maira, Val d’Ossola) e della Lombardia (Val Camonica, Valle dell’Adda) custodiscono borghi con meno di mille abitanti, sentieri che partono direttamente dalle piazze e panorami sul lago accessibili senza file. Il Lago d’Orta, meno famoso del Maggiore e del Como, è considerato da molti il più romantico dei laghi lombardi, con l’isola di San Giulio al centro e il borgo di Orta San Giulio sul promontorio.

Per chi cerca parchi e aree naturali, il Parco Nazionale del Pollino (il più grande d’Italia per superficie, tra Basilicata e Calabria), il Parco Nazionale della Majella in Abruzzo, la Riserva Naturale dello Zingaro in Sicilia e il Parco delle Madonie sono ambienti di eccezionale biodiversità, scarsamente frequentati rispetto ai parchi più celebri del Nord, con un’accessibilità sufficiente per gite di uno o due giorni dalla maggior parte delle città del Centro-Sud.

Il ruolo dello smart working e dei ritmi contemporanei

La diffusione del lavoro da remoto ha modificato in modo strutturale le modalità di fruizione del turismo di prossimità. La possibilità di spostarsi a metà settimana, scegliere periodi di bassa stagione e prolungare le uscite da un giorno a tre o quattro giorni senza dover utilizzare ferie ha aumentato il bacino potenziale di utenti del turismo lento. Secondo le analisi del Slow Tourism Institute e di Rome Business School, questa dinamica ha favorito in modo particolare le strutture extralberghiere in aree rurali: agriturismi, case vacanza in borghi, alberghi diffusi.

L’albergo diffuso è un modello ricettivo nato in Italia e particolarmente adatto alle destinazioni di prossimità: le camere e gli spazi comuni sono distribuiti in più edifici storici all’interno del borgo, creando un’immersione nell’architettura e nella vita del paese che l’albergo tradizionale non può offrire. Il modello è stato esportato con successo in diversi paesi europei ma rimane più sviluppato in Italia, in particolare nelle regioni del Centro-Sud con la maggiore densità di borghi storici parzialmente disabitati.

Anche la crescita delle prenotazioni di breve durata (una o due notti) registrata da piattaforme come Airbnb e Booking.com riflette questo cambiamento: la gita fuori porta non è più necessariamente un’uscita di un solo giorno, ma può essere un soggiorno breve che permette di esplorare un territorio con più calma, tornando il giorno successivo.

Sostenibilità ambientale: il carbon footprint del turismo vicino casa

Il settore dei trasporti è responsabile di circa il 22% delle emissioni globali di CO₂, e all’interno del settore il trasporto aereo incide in modo sproporzionato per i viaggi turistici. Un volo di andata e ritorno di media distanza (per esempio Roma-Barcellona) produce circa 200-250 kg di CO₂ per passeggero, un valore che può richiedere mesi di compensazione attraverso i meccanismi di carbon offsetting più comuni.

Il turismo di prossimità, soprattutto quando utilizza treno, bicicletta o auto condivisa, riduce questo impatto in modo radicale. Un viaggio in treno tra due città italiane di media distanza produce in media il 6-14% delle emissioni di CO₂ equivalenti al trasporto aereo sulla stessa tratta. Il cicloturismo ha un impatto praticamente nullo. Anche l’auto, su percorsi brevi e con standard di efficienza moderni, produce emissioni sensibilmente inferiori a quelle del volo.

Questa componente ambientale non è solo un argomento etico astratto: si traduce in scelte concrete sempre più considerate da una fascia crescente di viaggiatori. La crescente attenzione alla sostenibilità, documentata dai principali report di settore (Eurostat, UNWTO, Booking.com Sustainability Report), si riflette in una preferenza dichiarata per modalità di viaggio a basso impatto. Il turismo di prossimità è, in questo senso, la risposta più immediata e pratica a una domanda di coerenza tra valori ambientali dichiarati e comportamenti effettivi.

L’undertourism: la nuova frontiera del viaggio consapevole

Il termine undertourism ha guadagnato visibilità nel dibattito del 2025, come contraltare simmetrico all’overtourism. Identifica la scelta consapevole di visitare i territori italiani poco frequentati, spesso esclusi dai circuiti mainstream, ma ricchi di autenticità, storia e biodiversità. L’undertourism non è la rinuncia all’esperienza: è la ricerca di un’esperienza più densa, meno intermediata dall’industria turistica, più vicina alla vita reale dei luoghi.

Alcune regioni italiane strutturalmente sottorappresentate nel turismo nazionale offrono densità culturali eccezionali: il Molise, con i resti dell’antica città sannita di Saepinum a Sepino, il teatro romano di Pietrabbondante e paesaggi appenninici intatti, è tra le regioni meno visitate d’Italia pur avendo un patrimonio di prima categoria. La Basilicata, oltre a Matera, conserva aree naturali di rara integrità come la foresta del Pollino e la costa ionica. La Calabria interna, con l’Aspromonte e le sue comunità di origine greco-calabra, è un territorio quasi vergine dal punto di vista del turismo organizzato.

L’undertourism porta con sé un’etica implicita: visitare un luogo non come consumatori di immagini ma come ospiti consapevoli, contribuire all’economia locale in modo diretto, lasciare il luogo nelle stesse (o migliori) condizioni in cui si è trovato, e riportare a casa una comprensione più profonda del territorio piuttosto che una collezione di scatti da algoritmo.